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CIn questo nostro mondo moderno, in cui nel corso degli ultimi anni “inventarsi cammini” pare sia diventato il nuovo “must”, sfuggono, a volte, “piccoli dettagli storici” in grado di dare indicazioni importanti. Uno di questi è verificare la presenza di Abbazie – non di conventi, quelli sono un’altra cosa – lungo la via che si ritiene “antica”.

La costruzione di Abbazie e monasteri ed il loro sostegno da parte di nobili e regnanti rappresentava nell’Alto Medioevo uno dei metodi più sicuri per garantirsi la fedeltà del territorio e la sicurezza di transito per i propri eserciti, vassalli e mercanti. È evidente, in effetti, che semplici monaci non avrebbero mai potuto costruire gioielli delle dimensioni e dell’importanza delle antiche Abbazie. Esse sorgevano per volere dei signori ed i signori le volevano e provvedevano a fornir loro – più spesso ad obbligare nobili locali e vescovi a fornir loro – i mezzi per realizzarle, perché erano loro utili in diversi modi. Fu infatti solo grazie al sostegno dei Merovingi che San Colombano fondò le Abbazie di Annegray, Luxeuil, Fontaine, quindi Remiremont, Rebais, Jumieges Noirmoutier e Saint Omer in Francia. Nel corso del suo viaggio lungo il Reno (parleremo in un prossimo articolo più dettagliatamente di San Colombano) egli pose poi le basi dell’eremo di Sant’Aurelia – oggi Abbazia di Mehrerau – a Bregenz, sulla riva austriaca del lago di Costanza, e delle Abbazie di San Gallo, nell’omonima città, e San Martino (Sogn Martin) in Disentis. Giunto infine in Italia fondò, stavolta per volere e con i finanziamenti della regina longobarda Teodolinda, la sua ultima abbazia, a Bobbio, dove morì nel novembre del 615.

Sapendo che le Abbazie non venivano nell’alto Medioevo, fondate in luoghi a caso, ma erano poste a presidiare vie di transito importanti, e che alcune di esse ebbero un ruolo lungo la nostra via Francisca, vediamo dunque la localizzazione e le ragioni d’essere delle Abbazie che dominano ancor oggi l’arco alpino fra Italia e Svizzera, sottolineando ancora che a quei tempi le strade erano pochissime, in generale tracciate dai romani e che quindi una Abbazia poteva fare il bello e il cattivo tempo sul territorio controllando le vie di sua competenza, decidendo chi poteva passare, tenendo sotto controllo – o meno a seconda dei casi – i briganti, fornendo – o meno – ai passanti ed agli eserciti cibo, riparo e cure, sia nell’Abbazia stessa che nelle sue proprietà – cappelle, grance – disseminate lungo il territorio.

Va inoltre sottolineato il ruolo dei monaci colombaniani e benedettini nella politica locale, in quanto essi erano praticamente gli unici detentori del sapere. Loro e solo pochi altri sapevano leggere e scrivere, potevano dunque anche “interpretare” gli scritti e “invitare” i governanti a seguire determinate regole o imposizioni. Di essi occorreva fidarsi, ad essi bisognava affidarsi. Essi governavano in realtà il mondo di allora e questo alla chiesa di Roma, in particolare ai vescovi locali, impegnati in opere analoghe e concorrenziali, non piaceva troppo o punto.

Va anche detto che grazie alla “Regola” di San Benedetto, cui dopo pochi anni dalla morte di Colombano anche i Colombaniani si sottomisero, i Benedettini hanno saputo “far ripartire l’economia” dopo la caduta dell’Impero romano, ritagliandosi un ruolo di tutto rispetto nel panorama politico ed economico di allora. E, tutto sommato, anche di oggi.

La prima Abbazia delle Alpi fu Saint Maurice, fondata ad Acaunum dal re burgundo Sigismondo, nel 515 d.C., sulla tomba di San Maurizio, un soldato romano martire della fede. Posta a poca distanza da Martigny, nel Cantone Svizzero del Vallese, Saint Maurice controlla la salita al Passo del Gran San Bernardo, a 2.469 mdi quota – a quel tempo detto “Monte Giove” perché San Bernardo, che vi costruì l’ospizio, nacque solo quattro secoli più tardi.

La seconda fu Sogn Martin (San Martino) in Disentis (oggi Disentis/Mustér). Fu fondata nel 614 d.C. su un luogo di eremitaggio di San Colombano, poco a sud della sorgente del fiume Reno, nella regione della Surselva, nel Cantone dei Grigioni, al confine con quello che è oggi il Canton Ticino – allora territorio longobardo – in un sito detto, già dai romani, “Desertina” perché, per l’appunto, deserto. Sogn Martin controlla il Passo del Lucomagno – oggi a soli 1.915 m.s.l.m., ma a quei tempi, quando l’attuale diga idroelettrica non esisteva e la strada passava più in basso, addirittura circa 100 metri più sotto, là dove ora giace il primo ospizio. Già frequentato in epoca celtica e romana, uno dei più bassi, e quindi comodamente superabili, passi alpini.

Il Passo del Moncenisio, a 2.083 m. di quota, viene posto sotto controllo franco nel 726, con la fondazione dell’Abbazia dei SS Pietro e Andrea, la Novalesal’unica Abbazia franca fra le antiche posta a sud di un passo alpino -in Val di Susa. La stretta in cui sorge oggi la “Sacra di San Michele” spiega la scelta della posizione, in grado di bloccare ogni transito.

Infine, Sankt Johann (San Giovanni) in Val Müstair (Val Monastero, in Engadina al confine con l’Alto Adige) voluta da Carlo Magno nel 780 circa, quando i suoi eserciti iniziarono a spingersi verso Valtellina, Alto Adige e Trentino. Controlla il passo del Forno, 2.149 m.s.l.m. Perfettamente conservata è oggi un monastero femminile, priorato di Sogn Martin e Patrimonio Unesco.

Strategica quale “Abbazia Sentinella” su vie importanti era anche l’Abbazia di San Gallo, sorta sul luogo dell’eremitaggio del giovane discepolo di San Colombano, Gall. Fondata prima della sua morte, avvenuta nel 645, controllava il passaggio in sponda sinistra del lago di Costanza verso le Alpi svizzere e austriache. Dotati di una meravigliosa e ben conservata biblioteca, gli edifici dell’Abbazia di San Gallo sono oggi sede del governo cantonale. L’Abbazia di Mehrerau, presso Bregenz, fondata come abbiamo visto da San Colombano all’incirca nel 612, controllava sia i passaggi in sponda destra del Reno e del lago che la navigazione. L’Abbazia di Reichenau, del 724, fondata su un’isola collegata oggi alla terraferma nel punto di uscita del Reno dal lago di Costanza, presso la città stessa di Costanza, e l’Abbazia di Rheinau, del 778, su una stretta penisola del fiume, immediatamentedopo le cascate di Sciaffusa, controllavano la navigazione verso e dal Reno. Sono tutte risalenti all’VIII secolo, tutte Carolingie, tutte strategiche.

Non esistono invece abbazie sul Sempione né sul San Gottardo, il primo non transitabile da eserciti e mercanti a causa delle gole di Gondo, a sud, e della Saltina, a nord, quindi frequentabile, ai tempi e se del caso, solo su tratturi di scarsa importanza, il secondo, 2.106 metri di altitudine, “scoperto” dagli Urani soltanto nel XIII – XIV secolo, per quanto qualcuno vi passasse anche in epoche precedenti. La mulattiera che lo attraversava venne sostituita da una vera e propria strada adatta ai carri – e quindi ai commerci – soltanto a metà del 1800.Il valico è transitabile anche oggi solo da giugno a settembre, perché fortemente innevato negli altri mesi. Le altre grandi abbazie delle Alpi, Staffarda (CN), Santa Maria di Piona (LC)– in realtà un priorato dell’Abbazia di Cluny –, Neustift (Novacella, BZ) e Muri-Griess (BZ), seppur altrettanto strategiche, vennero fondate dopo l’anno mille e non hanno riferimenti con il nostro territorio. Va anche detto che le antiche abbazie di Saint Maurice, San Gallo e Disentis vennero tutte distrutte dopo pochi anni dalla loro costruzione. Saint Maurice cadde vittima di un terremoto nei primi anni del VII secolo, San Gallo andò in rovina verso la fine dello stesso VII secolo, Sogn Martin venne distrutta dagli Avari nel 670 d.C. Avrebbero potuto restare abbandonate, ma venne Carlo Martello.

Colui che tutti chiamano “re Carlo” – anche a causa della nota canzone di Fabrizio De Andrè e Paolo Villaggio, che ne traccia un ironico ritratto – non fu mai re in realtà, per quanto ne detenesse il potere. Nato nel 690 e “Maggiordomo di Palazzo” – ossia, per semplificare, capo dell’esercito e della diplomazia dei re Merovingi dal 716 – Carlo è noto per la vittoria di Poitiers sui Saraceni del 732, che ne ridusse l’espansione in Europa. Ma Carlo combatté a lungo soprattutto i Sassoni, gli Svevi, gli Alemanni e riconquistò molti ducati francesi. Utilizzò anche il metodo di attacco che il nipote Carlo Magno portò all’apice del successo: la tenaglia carolingia, cioè un modo di combattere che prevedeva sia un attacco frontale che, contemporaneamente, uno sui fianchi od alle spalle. Un metodo di combattimento che spesso necessitava di più strade rispetto alle poche allora disponibili.

Per comprendere meglio gli eventi occorre sapere che l’inizio dell’VIII secolo coincise con la fine della “piccola era glaciale” e con l’instaurarsi di nuove condizioni climatiche, con aumento delle temperature e conseguente scioglimento precoce dei ghiacci. Condizioni che resero più semplice l’attraversamento delle Alpi. Così Carlo Martello appena divenuto comandante dell’esercito dei Merovingi – dopo varie dispute familiari – già nel 717 volse lo sguardo alle Abbazie di passo ed alla loro utilità pratica. E vedendole distrutte, ordinò ai nobili ed ai vescovi locali di provvedere immediatamente a farle ricostruire, mettendo a disposizione i fondi necessari. Rinacquero così Saint Maurice, San Gallo e Sogn Martin, tutte terminate verso il 726. Nel caso particolare di Sogn Martin in Disentis l’ordine di riedificarla giunse da Carlo Martello al vescovo di Coira, proprio nel 717. L’anno precedente Papa Gregorio II si era avvicinato ai Frisoni, storico nemico dei Franchi, accordandosi con il duca di Baviera, Teodo, e pianificandone l’evangelizzazione, la giurisdizione ecclesiastica e la nomina dei vescovi. Un’intrusione a nord che evidentemente non poteva che preoccupare Carlo. E il “Martello” non era tipo da lasciarsi sorprendere. Creò quindi un’Abbazia a guardia del passo, ordinando al vescovo di Coira, Tello, di donare alla stessa anche buona parte delle terre della Surselva, la regione fra Coira e Disentis, sino ad allora di sua proprietà.

Carlo si rese allo stesso tempo conto che il Moncenisio era del tutto scoperto ed ordinò la costruzione dell’Abbazia della Novalesa, secondo i documenti ufficiali “affinché i monaci preghino per la prosperità del Regno Franco”. Meno ufficialmente essi facevano ben più che soltanto pregare …..

I tre passi che permettevano la discesa in Italia erano ora protetti, anche se Carlo Martello non li utilizzò mai. Per quanto il papa lo invitasse a scendere in campo contro i Longobardi, che avevano occupato le terre del Papato compromettendo il suo regno terreno, Carlo aveva troppi problemi in patria. Lungimirante, il Martello si assicurò comunque anche la fedeltà di quei territori, mettendo a capo delle proprietà agricole e delle Abbazie i nobili suoi fedeli, nonostante lo scontento della chiesa di allora. Morì nel 741, lasciando il regno ed il titolo di “maggiordomo di palazzo” ai due figli, Carlomanno, che ebbe le terre e le abbazie germaniche e Pipino il Breve che ebbe le terre e le abbazie francesi. A quel tempo, già da alcuni decenni, tutte le Abbazie Colombaniane avevano abbandonato la severa regola di San Colombano per abbracciare la più permissiva e meglio organizzata “regola di San Benedetto”. E benedettine – perlomeno le sopravvissute – sono ancor oggi.

Abituati a vedere un’Abbazia come luogo di culto e meditazione pare strano a noi moderni questo tipo di strategia. Ma occorre dire che, ai tempi dei Carolingi, gli Abati si erano trasformati in fretta, anche grazie alle scelte di Carlo, da pacifici uomini di fede a nobili armati. Essi erano tenuti a seguire il re nelle guerre se così veniva loro ordinato, ma soprattutto, erano tenuti a fornire soldati, vettovaglie, alloggio. E questi uomini, vettovaglie, alloggi, dovevano trovarsi lungo le strade che gli eserciti percorrevano. Le strade, lo abbiamo detto, erano poche. Inoltre, non erano lastricate né in grado di far passare carri, a meno che si trattasse di antiche strade romane. Per il resto non erano che sentieri in terra battuta, stretti, sui quali riusciva a passare al massimo un esercito di 5000 uomini in fila indiana, con pochi, piccoli carri da trasporto. Per disporre di forze superiori occorreva spostarsi utilizzando strade diverse, raccogliere uomini lungo la via per ampliare l’esercito e sostituire le perdite, e disporre di rifornimenti periodici, perché i pochi carri al seguito non potevano portare il necessario per l’intero percorso. Per conseguenza i villaggi lungo la strada, più che altro cappelle – nome con cui si indicava allora un piccolo villaggio sorto attorno ad una chiesetta – oppure mansi – piccoli possedimenti feudali – e grance – insediamenti agricoli di proprietà di un’Abbazia – dovevano fornire quanto occorreva. Dovevano quindi appartenere “con tutti gli uomini, le donne, gli animali…” come riportano antichi scritti, ad un alleato del re: un conte, un duca o un abate. La presenza di Abbazie e Monasteri e delle loro cappelle e grance lungo le vie di passaggio era dunque fondamentale. Esse informavano circa il percorso, ospitavano i mercanti e i mercati, permettevano i rifornimenti di cibo, curavano i malati e tenevano sotto controllo i briganti, decidendo di fatto chi potesse o meno, transitare dal passo o dalla via che esse presidiavano, fornendo al “viandanti amici” opportuni “lasciapassare” che i briganti insediati sul territorio dell’Abbazia sapevano di dover rispettare. Per questo, quanto più le abbazie si rivelavano strategicamente importanti, tanto più venivano donate loro dai sovrani sempre nuove terre, che formavano una “catena di proprietà” dislocate anche a centinaia di chilometri di distanza dall’Abbazia stessa lungo le vie di passaggio

Un inciso: abbiamo parlato di Colombano e ricordato la sua ultima Abbazia, Bobbio. Molti sono i racconti che narrano come la regina Teodolinda e il re Agigulfo volessero fargli onore donandogli la terra su cui costruirla. Ma pochi sono quelli che riconoscono le vere ragioni della donazione: l’Abbazia di Bobbio venne costruita per ordine e con i finanziamenti di Teodolinda in una posizione particolarmente utile dal punto di vista viario, in una zona di intersezione di percorsi di notevole rilievo per l’Italia centro-settentrionale e collegata a Pavia, la capitale, ed ai monasteri colombaniani delle Alpi dall’unico sistema viario esistente. Si trovava poi presso il passo del Pelice, che separava il territorio longobardo da quello bizantino, la Liguria, a baluardo di un’eventuale invasione. Dopo la conquista della Liguria da parte dei Longobardi (641 d.C.) l’Abbazia di Bobbio fondò anche su quel territorio grance e priorati dislocati in modo da ottenere per sé il collegamento al sistema abbaziale del sud della Francia.

Al di là di tanti “cammini” recentemente inventati, quale era dunque davvero una importante via di transito alto medievale?  “Cherchez l’Abbaye”.  Se lo era, la presenza un’Abbazia altomedievale ve lo confermerà.  La via Francisca del Passo del Lucomagno”, la “via verso il paese dei Germani” del Novarese, che potete scoprire nelle pagine del libro “Tracce di Meraviglie”, lo era senza alcun dubbio.

Un commento su “Cherchez l’Abbaye

  1. Leggere s’impara quel che non conoscevi prima e che pareva inutile sapere. Leggere invita a riflettere sul passato scoprendo Meraviglie di storie forse mai raccontate in modo così chiaro ,ad uso e beneficio anche dei più sprovveduti. Fate girare questo lungo e approfondito testo divulgandolo a chi, magari, non sa che leggendo la storia, nella storia ci si entra e ci si sprofonda nel bel saper.

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