La nostra “Via Francisca Novarese” si diparte, a Disentis, in Canton Grigioni, dalla “Via svizzera per Santiago di Compostela” peraltro più recente, ma più conosciuta. Come è successo che uno sconosciuto campo della lontana Galizia spagnola diventasse così famoso?
L’idea geniale che creò Santiago di Compostela
Era un giorno come tanti in quell’anno all’inizio del IX secolo d.C. quando il vescovo di Galizia affrontò il suo re con una richiesta per noi quantomeno originale, ma a quei tempi credibile. Cercare la tomba di San Giacomo il Maggiore proprio lì, in Spagna, non, come sarebbe stato logico, in Palestina. Il nostro intraprendente vescovo narrò infatti al re che un eremita gli aveva parlato di una stella che riluceva indicando un luogo situato presso un monte della Galizia. Lì, gli aveva rivelato un angelo in sogno, avrebbe trovato la tomba di San Giacomo, il vero “capo degli apostoli”, colui che venne poi, dopo gli insegnamenti di San Paolo, sostituito, nelle credenze dei primi cristiani, da San Pietro, in realtà più debole di carattere, come riconobbe Gesù stesso – “prima che il gallo canti tre volte mi avrai rinnegato” – ma più vicino ideologicamente al soldato convertito Saul (Paolo) di Tarso. Se Roma attirava tanti pellegrini grazie alla presenza delle tombe dei santi Pietro e Paolo, che effetto potevano avere le reliquie di San Giacomo il Maggiore per la Galizia?
Possedere reliquie di tale valore, disse il vescovo al re, avrebbe reso la Galizia ricchissima, i nobili avrebbero fatto a gara in donazioni e riconoscimenti e soprattutto il paese avrebbe ottenuto pellegrinaggi come a Roma, con tutte le conseguenze finanziare e di immagine connesse. “Ma come ci sarebbe arrivato San Giacomo in Galizia?” chiese il re. “Quando venne decapitato, l’angelo raccolse i suoi resti, che vennero portati qui via mare” rispose il vescovo.
Una spedizione si recò allora sul luogo indicato dal vescovo, dalla stella e dall’angelo, che risultò essere un piccolo cimitero con alcune tombe. Una di esse conteneva tre cadaveri e la testa di uno dei tre era separata dal corpo. Accanto, dichiararono, era stata rinvenuta la scritta “qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomè”. San Giacomo! Nacque così il pellegrinaggio a “San-Tiago di Compo-stela”, “San Giacomo del campo della stella”, come venne chiamato quel luogo, che divenne poi un villaggio e più tardi la capitale della Galizia. Certo potremmo obiettare che trovare ossa in un cimitero non può essere molto difficile e quanto alla testa staccata … i briganti ne avevano fatto un “modus operandi”, santo o meno che fosse la vittima. Quanto alla scritta …chi l’ha vista?
In realtà l’autenticità delle reliquie, già dubbia a quei tempi, potrebbe essere ancor più controversa oggi. Perché secoli più tardi, mentre in Spagna erano in corso feroci battaglie, il vescovo di allora decise di nascondere le reliquie di San Giacomo, per impedire che fossero rubate. Ahimè, il vescovo morì prima di poter rivelare a qualcuno il luogo in cui le aveva occultate. Il pellegrinaggio alle “reliquie non più presenti” si ridusse così fino a scomparire. Santiago decadde, il flusso di denaro cessò. Che fare? Forse i vescovi del tempo non si rivelarono all’altezza delle aspettative dell’angelo, perché questi in effetti tornò a farsi vedere in sogno solo un paio di secoli più tardi – si sa del resto che per gli angeli i secoli contano come minuti – rivelando al nuovo vescovo dove trovarle: “sotto il pavimento della chiesa”. Dove in effetti non è mai difficile trovare una vecchia sepoltura. Ed infatti il vescovo la trovò. Per la verità ne trovò un paio, ma di una fu certo: “indubbiamente San Giacomo!” Da allora il pellegrinaggio riprese, tornò in sofferenza in epoca moderna, venne rilanciato negli anni Settanta del secolo scorso e raggiunse l’apice dagli anni Novanta grazie al fatto che venne riconosciuto, ovviamente su impulso spagnolo, quale “primo Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa” alla promozione del “turismo slow” e soprattutto grazie all’invenzione dell’ “Anno Santo Giacobeo” – una copia dell’Anno Santo Romano – fino a raggiungere i numeri di oggi che hanno trasformato Santiago di Compostela nell’esempio più eclatante dello “slow tourism” di successo. Tutti conoscono la Galizia e Santiago, tutti vorrebbero camminare per almeno un tratto di quella via per “ritrovare se stessi”. Pochi invece conoscono la vera storia delle sue origini, l’idea geniale, lo “Storytelling” che ancor oggi la rende ricca.
E Orta San Giulio cosa c’entra? Quegli stessi anni in cui si scopre ed emerge il “turismo delle reliquie” verso luoghi diversi da Gerusalemme e Roma sono anni duri, qui sul lago. Orta è un promontorio che si spinge verso l’isola, dove San Giulio sta perdendo importanza perché l’isola è diventata un avamposto di difesa protetto da un castello da cui la longobarda Regina Villa combatte disperatamente l’imperatore Ottone I. Perderà e anche la primitiva chiesa di San Giulio subirà danni irreparabili. Ma Ottone I subisce molto l’influenza della moglie, Adelaide, molto legata alla chiesa, tanto che diverrà Santa Adelaide. Fu lei che volle l’Abbazia di Einsiedeln, fu lei che fece sì che all’Abbazia di Disentis venissero donate altre terre da custodire e proteggere lungo la Via. Sul Monte di Orta, nella “Selva di San Nicolao” giunsero i monaci di San Gallo mentre l’isola venne ceduta da Ottone ai Canonici di San Giulio, che organizzarono la ricostruzione della chiesa (oggi Basilica Minore). Nelle fondamenta della chiesa primitiva vennero ritrovate le spoglie di San Giulio ed attorno a lui quelle di altri personaggi importanti, fra cui Audenzio, oggi Sant’Audenzio, lo “sponsor” potremmo dire, di San Giulio ai tempi. Era l’XI secolo, in pieno “turismo delle reliquie”. E la bella Orta San Giulio ancora una volta si trovò in posizione di vantaggio, inserendosi nel “trend” del momento. Certo, non era Santiago, ma i pellegrini arrivavano anche qui mentre Omegna non era allora che un paese fra i tanti nelle mani dei nobili da Crusinallo. Gozzano, dove, in quegli anni, sorse la basilica di San Giuliano in cui venne traslato il corpo del santo, reliquia seconda solo a San Giulio, assunse importanza e divenne così la sede “decentrata” del vescovo di Novara, Principe della Riviera d’Orta, salendo nei secoli successivi a fasti oggi dimenticati. (continua)